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(Parentesi)

 

Bobby Solo – Scott McKenzie

Se tu andrai
a Farinculo,
raccogli un fiore
e portalo con te.

C’e’ una ragazza
a Farinculo,
che se tu vuoi
lo accetterà per me.

Apri il tuo cuore
a Farinculo,
e tu riavrai
l’amore che darai.

Io sono stato
a Farinculo,
ed io so già
quello che troverai.

Oh quanti occhi
pieni di sorrisi
ovunque guardi.
Sentirai il profumo
nelle strade e nell’aria
di un mondo nuovo,
di un mondo nuovo

E se tu andrai
a Farinculo,
raccogli un fiore
e portalo con te.

C’e’ una ragazza
a Farinculo
che se tu vuoi
lo accetterà per me.

Se tu andrai
a Farinculo,
raccogli un fiore
e portalo con te.

i misteri della stagnola

Si faceva la raccolta della stagnola per comprare un cane per i ciechi. Tutti i miei compagni di classe erano convinti che la stagnola servisse proprio direttamente a costruire i cani, secondo un climax nell’immaterialità delle protesi: gamba di legno > occhio di vetro > cane di stagnola . Io che ero il più intelligente di tutti, sostenevo con supponente spocchia da uomo di mondo che la stagnola era materia preziosa, che le industrie la pagavano e con i soldi le suore compravano un cane normale, di carne ed ossa, da cieco. E invece no, era una famosa truffa degli anni sessanta; non si sa cosa facevano con quella stagnola, forse la stiravano e ci incartavano altri cioccolatini, D’altra parte non ho mai visto né un cane da cieco comprato con i soldi della stagnola (le suore ne sarebbero state orgogliose e l’avrebbero fatto sfilare nel cortile); né il leggendario cane di stagnola, multicolore e raggrinzito, fermo al guinzaglio del cieco. Ero, come al solito, un profeta isolato. Il trauma dura ancora oggi, nella mia diffidenza per la raccolta differenziata. Sono convinto che girando l’angolo gli spazzini rimescolino tutto e vaffanculo, all’inceneritore. Altrimenti avremmo cani di stagnola, giraffe di torsoli di carta igienica (nei casi più fortunati, interi guerrieri di carta igienica che bussano alle nostre porte, come nella canzone di quello là), coccodrilli di borsette, telefoni di bicchieri di plastica  e così via. Ma la mia intelligenza serviva solamente ad inimicarmi i feddayn dello stagno, le buone suore caritatevoli ed infine il racket dei cani di stagnola. La notte un abbaiare metallico non mi faceva dormire. D’altra parte, non avrei potuto essere un buon contribuente. A casa mi davano un solo cioccolatino alla settimana, per salvaguardarmi le viscere e contenere ogni eventuale euforia. Cosa di cui, a distanza di tempo ho imparato a conoscere l’utile saggezza: ancora alla mia età, le viscere continuano a farmi cacare, e l’euforia mi è assolutamente sconosciuta.

mondegreen

Quando mi spiegarono i comandamenti, avevo capito che il secondo era “Non nominare il nome di Dio Ivano”. Al quale comandamento ubbidivo più che volentieri, anche se non avevo capito bene perché il divino legislatore avesse fatto espresso divieto proprio di quel nome e non di, che so, Amilcare o Gustavo. Perché, altrimenti a qualcuno sarebbe venuto in mente di nominarlo così? Ma forse ai tempi di Mosé, pensavo, quello era considerato un nome un po’ sciocco. Non che adesso invece.
Comunque, ricordo che alla fine delle preghiere serali aggiungevo zelante questa clausola: “E comunque non ti chiamerò mai Ivano”.

Iron man

Tra i ricordi più intensi e struggenti dell’infanzia ci sono le barzellette che ci raccontavamo. A questo proposito, La vendetta del Fantasma Formaggino di Elio e le storie tese resta un monumentale tributo ad una stagione emotiva ed esistenziale magnifica e per sempre perduta; al caro, al dolce, al pio passato, come avrebbe detto il mio personale eterno femminino.

Però il fatto è che le barzellette non mi sono mai piaciute: non mi fanno ridere adesso quelle per adulti – ad esempio quella della mela che sa di figa mi ha provocato, non molto tempo fa, un conato di vomito e un accesso di rabbia furiosa –  e non mi facevano ridere allora quelle per bambini; ma quelle per bambini, adesso, mi provocano una sorta di dolce malinconia. Considerate con il senno di poi, alcune mi appaiono dei capolavori misconosciuti.

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Mi ricordo ad esempio una barzelletta che mi raccontò una bambina di un’altra classe, una biondina alta coi piedi lunghissimi che le ballerine facevano sembrare ancor più lunghi: “La maestra dice a Pierino di fare una ricerca sul Colosseo. Pierino ci pensa e ci ripensa per tutta la notte, poi la mattina dopo va a scuola e porta alla maestra un vasino e una candela”.

A dire il vero, come ho scoperto qualche giorno fa, la versione originale è molto più banale e si trova, se non erro, in un film di Alvaro Vitali, o non vi stonerebbe; la bambina ne aveva ricevuto una versione più infantile e nel contempo più lirica, ove l’Anfiteatro Flavio (assente nella versione originale, ove compariva invece una nota metropoli nordamericana  e importante nodo ferroviario, la stessa altrove citata dal sempre ottimo e ben informato Elio e le storie tese) veniva associato con rapidi passaggi analogici ad uno dei più importanti e sperabilmente regolari avvenimenti della fisiologia umana, secondo un percorso fonosimbolico che molto deve, quasi pascolianamente, ad una paranomenclazione lallatoria di tipo infantile: Colosseo > Culosseo > culo suo.

Ho incontrato e riconosciuto recentemente la bambina della barzelletta, diventata poi un’austera collega di matematica. Naturalmente le ricordai l’antica storiella, naturalmente mi guardò molto male e mi levò il saluto. Così le ambasce della vita adulta soffocano il fanciullino che è in noi!

disiecta membra

  A proposito di braccia. C’era una grande suora nera, aquilina, che sembrava intagliata nel legno come il sullodato indiano dei sigari. Allora la veste delle suore era composta da un lungo addome, coperto da un saio nero, e da un capotorace composto da un velo nero che sormontava una cuffia bianca e una corta mantellina nera che arrivava all’addome. Sotto di essa le suore potevano nascondere le braccia conserte e guardarci con espressione accigliata, e allora non era difficile, aggiungendo con l’immaginazione un manometro o una spoletta, pensarle come bombole per palloncini o siluri messi all’impiedi. Era la postura preferita della grande suora aquilina, che incedeva così, con le braccia nascoste e la faccia legnosa, come una statua portata in processione. Ogni tanto emetteva un braccio per afferrare qualcosa, generalmente un bambino, e poi lo rimetteva lesta sotto alla mantellina. Una volta che c’era vento forte in cortile, con un braccio aveva artigliato lo schienale di una panca e sfidava così gli elementi, come la polena di un brigantino malfamato che la ciurma avesse mal coperto di teli neri. Non metteva mai fuori più di un braccio alla volta, e non avevo mai notato che era sempre lo stesso. Mia sorella, anch’essa alunna in quella scuola, mi disse un paio d’anni fa che ne aveva solo uno: era monca come una slot machine. Io non l’avevo mai sospettato, e, più che una civetteria in ogni caso fuori luogo -una cura certo troppo secolare, se vogliamo- mi sembrò una frode, un tradimento.

Del resto giravano voci che alle suore capitavano ogni tanto incidenti terribili: una aveva perso bava dalla bocca fino a ridursi a dimensioni minuscole, morendo tutta rattrappita; poi ci vietavano di giocare al pallone in cortile perché un’altra di loro era stata sfigurata da una pallonata in faccia e da allora non l’avevano fatta più vedere. Me l’immaginavo in una stanzetta sotterranea con un pallone di gomma liscio liscio e bianco che spuntava dalla cuffia e dal velo: o forse c’era un magazzino pieno di suore in riparazione o irreparabili, come nel film del mondo dei robot. Una volta ci fecero sfilare al capezzale di una suora morta: vestita da suora, la faccia unta di un olio che sembrava olio di oliva, come se la dovessero infilare in un forno. Quel giorno durante l’intervallo mi raggiunsero tre bambini di un’altra classe e mi chiesero se ero io quello che aveva messo le dita nel naso del cadavere suoresco. Non ero io, naturalmente, ma loro non erano convinti. E’ sempre così: la gente è sempre pronta ad accusarmi delle peggiori nefandezze, eppure poi è sempre a me, tra migliaia di passeggeri e passanti, che chiede indicazioni per le strade cittadine ed extraurbane e per le coincidenze dei treni, è a me che chiedono aiuto, conforto ed elemosina, a me confidano le paure più recondite e le esperienze inconfessabili; ed io altro non sono e fui che un mediocre ometto che attende a’ fatti suoi.

Le buone scuole. Le elementari 3. Il braccio violento della mamma.

Una volta è venuto un prete a dire la messa. Non era un missionario dalla bonaria faccia da esploratore, sembrava piuttosto un cappellano militare sudamericano. Aveva gli occhiali da vista scuri e una faccia da duro. Per spiegare che a volte i genitori devono usare dei mezzi di correzione per il nostro bene raccontava questa storiella: “C’era un bambino che aveva un braccio in cancrena; il chirurgo, per non farlo morire, gli voleva amputare il braccio. Mentre lo faceva, in mezzo alla corsia, la sua mamma lo teneva fermo. Il bambino si divincolava e diceva: Mamma cattiva! Ora io vi domando: era davvero cattiva quella mamma?” E noi, in coro: “Noooo”.

Anni più tardi gli amici mi portarono a vedere un film dell’orrore di quelli con le motoseghe. Non mi fece la minima impressione.

Le buone scuole. Le elementari. 3. Pianto antico.

Scendevamo le scale per andare al cortile. Le scale immettevano in un salone chiuso da vetrate, una specie di portico ridotto a veranda, e sulle vetrate si riflettevano le immagini di noi che scendevamo le scale. Non senza ribrezzo riconoscevo la mia, di profilo, e non senza che ovviamente quella volgesse lo sguardo verso di me per guardarmi. E’ già brutta guardarsi allo specchio normalmente, di fronte, fermi, quando si riconosce la faccia normale, la faccia di faccia. Ma è orribile vedere se stessi di profilo, con la faccia che guarda altro, sorpresa nella naturalezza di un atteggiamento non preparato; che poi, quella faccia si accorgeva della mia e mi guardava un po’ di sbieco, continuando a scendere le scale con annoiata sofferenza. E nel riflesso ero solo io che stonavo, ero solo io che mi guardavo, mentre gli altri si ignoravano come fanno i gatti adulti col loro doppio speculare, che non riconoscono. E mi pareva giusto che tutti se la prendessero con me, se ero l’unico che riusciva ad attirare l’attenzione del proprio riflesso e che quindi sembrava distratto chissà da cosa, ed ero semplicemente assorto dalla contemplazione della mia stessa paradossale esistenza.

Spesso piangevo per cose minime, e allora la mia suora maestra organizzava con le bambine una spece di balletto collettivo di sfottò, e una quadriglia selvaggia caracollava avanti a me al suono di “piangiulone, piangiulone”. Da allora penso che non è vero che le donne siano tutte puttane; in un certo senso sono invece tutte suore, custodi dell’ortodossia sociale, sbirri del vivere comune deputati ad emarginare i tipi troppo strani, che non si inseriscono nella varie distinte caselle delle diverse normalità accettabili, che invero sono nel complesso abbastanza ecumeniche, comprendendo impiegati, ladri, punkabbestia, e svariate minoranze anche sessuali; ammettendo, insomma, tutte le identità che si riferiscono a gruppi, e rigettando con efficiente crudeltà i cani sciolti, i fanti perduti, gli individui dotati di coscienza. Intendendo per coscienza un doloroso senso del sé e per identità una sua versione più edulcorata, un banale senso di appartenenza ad una qualche categoria. Ho notato che la cosa non capita solo a me, e che anzi sono rimasto fino ad adesso abbastanza a galla, mentre molti miei compagni di sventura sono stati annegati a colpi di remo nel grande fiume della vita sociale. Ma basta di ciò.