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Si cominci dall’ultima scuola [si ponga subito dopo Sogni di pensione lontana]

settembre 26, 2014

La mia anziana gatta malata di tumore si è rifugiata nell’armadio a tendina dell’Ikea dove tengo le mie vecchie uniformi.  Dorme uno dei suoi inconsapevoli ultimi sonni, col muso verso il fondo, raggomitolata sui pantaloni da roccia di cordellino, all’epoca conquista ambita dopo quelli di lana grossa da allievo, e sulla scbt verde oliva, ancora con la stelletta di gomma gialla sulle spalline, il cordino verde che al battaglione indicava il comando di un reparto purchessia, e nella tasca davanti il ruolino con i nomi dei miei ultimi alpini, per la maggior parte ormai  meri nomi senza faccia. Ma i nomi senza faccia del ruolino, le facce senza nomi delle fotografie che tengo nel cassetto sono facili a rievocare, e si presentano alla memoria con una vivezza maggiore che non le fisionomie certe e famigliari delle conoscenze attuali: tutte, tranne forse quelle di qualche donna che ho amato, e che ora mi pare che per una serie di motivi non avrei dovuto,  prive del fascino triste e tremendo delle cose irrimediabilmente passate.

E  mi ricordo allora la caserma degli sciatori della scuola militare alpina, in un inverno lontano. Si faceva la guardia di notte, a turni di mezz’ora (di più non permetteva il freddo), dondolando nel cammino con gli scarponi infilati in coturni di legno chiodato, nell’alto gelo che sembrava sbriciolare denti e mascelle, in un camminamento scavato nella neve coi picconi dalle corvee di giorno attorno all’edificio. Sul fondo il calpestio delle ronde ed il freddo fulmineo avevano formato delle lingue ondulate di ghiaccio, lisce lucide e scure come catarro.

Ricordo la compagnia di allievi, le innumerevoli guardie della notte prima impettite nel sonno frammentato e clandestino dietro agli occhi aperti (il cervello dormiva, irrigidendo braccia e gambe in posizione seduta, la schiena eretta e gli occhi sbarrati)  riunita ad ascoltare un anziano medico alpinista in una sala rettangolare rischiarata dal bagliore della neve che irrompeva dalle finestre. Riferiva di persone salvate dopo ore sotto la slavina, trasportate in ospedale e là manipolate, con tragica rustica buona fede, per far riprendere la circolazione del sangue: e così il freddo delle membra raggiungeva il cuore, che si fermava. E con aria di pietosa urgenza ripeteva, gesticolando una scongiurante sollecitudine ed alzando la voce di quasi un’ottava, come spesso fa chi ripete le parole altrui, la frase di un suo maestro francese, non saprei dire se fosse chirurgo o alpinista: Il ne faut pas frapper les membres, il ne faut pas frapper les membres, bisogna lasciare che il corpo riprenda naturalmente la sua temperatura, bisogna lasciare che il sangue scorra dove può ancora scorrere ed amputare quello che ormai è perduto; se la tua mano è congelata, tagliala e gettala via; non lasciare che il freddo raggiunga il tuo cuore, ma conservati, grumo di tiepido sangue, ad onta di tutto; perché l’importante è continuare a sentire il sole sulla pelle, e tirare l’aria nei polmoni. Ma se proprio devi morire e non c’è scampo, allora sii uomo e muori all’impiedi, affrontando con gli occhi aperti  il gelido bagliore della morte.

E allora prego: madonnina mia, se qualche barlume di coscienza mi serberà l’ora dell’ultima agonia (e, beninteso, fa che non sia solo), non mi si tolga il ricordo dela sala piena di sonno assediata dalla neve abbagliante. Avrò bisogno, nelle ultime ore oscure, malate, del viatico di questo mortale chiarore accecante, che fa male agli occhi ma scalda il cuore con la neve dei miei giorni giovani. E solo da giovani, in piedi guardando in faccia ai nostri figli, o voltandosi al muro, soli senza un lamento, solo così si muore bene come ci hanno insegnato, che sia conforto e non sgomento ai nostri.

Quanto a te, lettore, non chiedere troppe spiegazioni, ma lascia che piano piano il sentore di queste pagine t’invada come il calduccio di un grog ristoratore; non cercare di saperne subito di più. Siamo stati a lungo sotto il ghiaccio, nel gelo di tanti inverni; infine abbiamo appena reso la nostra guardia, ed ora il ne faut pas frapper les membres.

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3 commenti
  1. Caro LBL,
    ho letto questi ultimi due pezzi da un po’.
    E tuttavia stentavo a commentare per non alterare con una vena di facile ottimismo il sentore di morte che promana dallo scritto cesellato con sempre abile bulino.
    Oggi devo.
    Perciò, oltre a non percuotere le membra: prendi una donna, trattala male (o bene), non lasciare che ti aspetti per ore, eccetera eccetera eccetera.
    Il tuo amico e compagno.
    Ruzino

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