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disiecta membra

novembre 2, 2012

  A proposito di braccia. C’era una grande suora nera, aquilina, che sembrava intagliata nel legno come il sullodato indiano dei sigari. Allora la veste delle suore era composta da un lungo addome, coperto da un saio nero, e da un capotorace composto da un velo nero che sormontava una cuffia bianca e una corta mantellina nera che arrivava all’addome. Sotto di essa le suore potevano nascondere le braccia conserte e guardarci con espressione accigliata, e allora non era difficile, aggiungendo con l’immaginazione un manometro o una spoletta, pensarle come bombole per palloncini o siluri messi all’impiedi. Era la postura preferita della grande suora aquilina, che incedeva così, con le braccia nascoste e la faccia legnosa, come una statua portata in processione. Ogni tanto emetteva un braccio per afferrare qualcosa, generalmente un bambino, e poi lo rimetteva lesta sotto alla mantellina. Una volta che c’era vento forte in cortile, con un braccio aveva artigliato lo schienale di una panca e sfidava così gli elementi, come la polena di un brigantino malfamato che la ciurma avesse mal coperto di teli neri. Non metteva mai fuori più di un braccio alla volta, e non avevo mai notato che era sempre lo stesso. Mia sorella, anch’essa alunna in quella scuola, mi disse un paio d’anni fa che ne aveva solo uno: era monca come una slot machine. Io non l’avevo mai sospettato, e, più che una civetteria in ogni caso fuori luogo -una cura certo troppo secolare, se vogliamo- mi sembrò una frode, un tradimento.

Del resto giravano voci che alle suore capitavano ogni tanto incidenti terribili: una aveva perso bava dalla bocca fino a ridursi a dimensioni minuscole, morendo tutta rattrappita; poi ci vietavano di giocare al pallone in cortile perché un’altra di loro era stata sfigurata da una pallonata in faccia e da allora non l’avevano fatta più vedere. Me l’immaginavo in una stanzetta sotterranea con un pallone di gomma liscio liscio e bianco che spuntava dalla cuffia e dal velo: o forse c’era un magazzino pieno di suore in riparazione o irreparabili, come nel film del mondo dei robot. Una volta ci fecero sfilare al capezzale di una suora morta: vestita da suora, la faccia unta di un olio che sembrava olio di oliva, come se la dovessero infilare in un forno. Quel giorno durante l’intervallo mi raggiunsero tre bambini di un’altra classe e mi chiesero se ero io quello che aveva messo le dita nel naso del cadavere suoresco. Non ero io, naturalmente, ma loro non erano convinti. E’ sempre così: la gente è sempre pronta ad accusarmi delle peggiori nefandezze, eppure poi è sempre a me, tra migliaia di passeggeri e passanti, che chiede indicazioni per le strade cittadine ed extraurbane e per le coincidenze dei treni, è a me che chiedono aiuto, conforto ed elemosina, a me confidano le paure più recondite e le esperienze inconfessabili; ed io altro non sono e fui che un mediocre ometto che attende a’ fatti suoi.

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5 commenti
  1. I tuoi post maturano lentamente come le castagne, ma finalmente arrivano ed hanno altrettanto peso specifico.
    Sul “mediocre ometto”, amico mio, avrei molto da confutare.
    Ciao,
    r.

  2. è la valutazione del mercato

  3. qua si direbbe bonariamente “và in t’ ‘e casèin, patàca”. certo che una scuola gothic horror come quella non aiuta alla migliore percezione del sè (micidiali la suora-slot, quella rattrappita e la sfigurata; e visto il riferimento al film con Yul Brinner, suggerirei la visione della ideale e più spensierata prosecuzione, “Futureworld”, con un simpatico Peter Fonda). come dicono i ribelli con una espressione quanto mai appropriata, fotti il mercato. e non solo simbolicamente.

  4. Ciao LBL,
    auguri!

  5. Grazie, auguri anche a te

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