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Le buone scuole. Le elementari. 2: la posizione del missionario

aprile 15, 2012

Ogni mattina c’era una specie di alzabandiera senza bandiera, nel senso che ci riunivamo allineati e coperti nel salone, prima dell’inizio delle lezioni, a sentire l’orazion picciola della direttrice, una suora del tipo dante alighieri ovvero indiano dei sigari, ma più pallida. Siccome io ero piccolo, e ci si schierava in ordine crescente di altezza, io ero in prima fila. Mi ricordo che stava spiegando che i bambini erano la gioia del mondo quando fui colto da un accesso di tosse paradossa; la direttrice interruppe la sua concione quotidiana per espellermi dal salone. Quando tornai a casa dissi ai miei: “Era lì che diceva che i bambini erano la gioia del mondo, a me è venuta la tosse e mi ha cacciato via; eppure sono un bambino”. I miei genitori dissero che comunque in ogni contrasto tra me e qualsiasi altro essere vivente avrebbero sostenuto le ragioni dell’altro, e che mio dovere di figlio era di non costringerli a prendere parte nelle mie diatribe infantili; cosa che adesso, in linea di principio, non mi sembra poi così sbagliata come mi parve allora. Se non che ogni essere umano, almeno se chiamato in causa, avrebbe il dovere di opporsi alla coglioneria.

Comunque pare che il vero trauma lo subì la direttrice, tanto che di volta in volta nelle arringhe mattutine ritornava sul tema: e la tosse faceva male, diffondeva malattie, e i bambini che tossivano si ritrovavano con i polmoni stracciati e sanguinanti. Ricordo che solo anni più tardi, nelle scuole statali, appresi dell’esistenza di rutti e scoregge.

Le vergini pinguine appoggiavano le missioni. Spesso invitavano dei missionari, che erano sicuramente dei normalissimi ecclesiastici ma che ora ricordo vestiti da missionari, con gli occhiali spessi rotondi, il casco coloniale, il saio bianco e dei sandaloni che sputavano fuori un sacco di pelosissime dita dei piedi, che parlavano di bambini che avevano fame mentre noialtri continuavamo a mangiare merendine e che amavano tanto Gesù, la Madonna e compagnia bella, mentre noi pensavamo solo a mangiare. Il bello è che negli anni Sessanta anche noi bimbi italiani si mangiava pochissimo, e generalmente schifezze. Eravamo tutti magri e pallidi e preda della nausea. Mangiavamo minestre il più delle volte, fatte col dado dalle mamme e da chissà cosa dalle suore, e biade cotte in acqua clorata e bistecchine che alla cottura si ritiravano timidamente al centro della padella, avviticchiandosi come lumaconi avvelenati. Il prosciutto cotto sembrava fotocopiato. Anche i gelati, che si mangiavano la domenica, sapevano di caramella biascicata. Non era come adesso, che c’è la dietologa, l’agriturismo, i sapori veri, il viverbene, il mangiarsano e il vaffanculo. Tutte queste cose poi le dovevamo cagare a scuola, e dovevamo pulirci con le cartine dei limoni che le suore conservavano per lo scopo, così impalpabili che mi pareva di farlo a mani nude.

Dunque, i missionari. Un mio compagno di scuola, infervorato dai sandalisti, volle prendere la parola e dichiarare a tutti che avrebbe fatto il missionario. Fu lungamente applaudito. Pochi giorni dopo i suoi genitori gli fecero cambiare scuola, e non ne sapemmo più nulla.

La direttrice poi all’adunata mattutina ci raccontò un apologo sulle missioni. Un missionario spiegava ai bambini africani quanto era bella la comunione, e un bambino piccolo, invaso da vero fervore religioso, continuava a chiedere: “Missionario, posso fare la comunione?” e il missionario rispondeva: “No, sei troppo piccolo”. Ma il bambino non si dava per vinto, e continuava a chiedere: “Missionario, adesso posso fare la comunione?” e il missionario diceva: “Non ancora, sei troppo piccino”. Il bambino però insisteva, e chiedeva: “Missionario, quando potrò fare la comunione?”. Allora il missionario rispose: “Quando tutti i dentini ti saranno caduti”. Allora il bambino si recò al torrente, raccolse un sasso e pem, pem, pem, si buttò giù tutti i denti. Poi, con la bocca in poltiglia, si recò dal sant’uomo e disse, sputacchiando sangue: “Miffionario, adeffo poffo fare la comunione?” Tanto era il fervore religioso che queste semplici creature sanno esprimere, no come noi altri.

Un mio amico, anni più tardi, ritenendo che il finale fosse troppo brusco, volle completare l’aneddoto. Dunque il missionario, sorpreso dalla soluzione così drastica del piccolo indigeno, e risoluto tuttavia, per quella santa ostinazione così tipica degli uomini di fede, a non dargli la comunione, rispose: “Non ancora, figliolo, prima ti hanno da cadere anche le braccina”. Fu così che il piccolo si recò nel paterno tugurio, prese una scimitarra e zac, via un braccio, e poi zac, via l’altro, sicché si presentò tutto contento al missionario a ripetere ancora una volta la sua richiesta. Il missionario lì per lì trovò questa risposta: ” Ma ti devono cadere anche le gambine”. Il bambino ritornò alla sua capanna, fece quello che doveva fare e strisciò indietro dal missionario, il quale tentò l’ultima carta: “Quando ti cadrà anche il pistolino”. Allora il minuscolo grumo di sangue rappreso rispose: “Ah, beh, allora vaffanculo”.

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2 commenti
  1. Da antologia.
    Però, dimmi, pietà, che la storia del bimbo africano è di pura fantasia.
    Ciao
    R.

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