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Le buone scuole. Le elementari. 1

marzo 15, 2012

Mi misero dalle suore nere, in una grande scuola. Mi ci misero perché i miei lavoravano tutto il giorno e quella era l’unica scuola, all’epoca, che era aperta durante il pomeriggio. Solo da pochi anni accettavano i bambini maschi, e ci ricordavano continuamente che noi eravamo un’eccezione. Lo dicevano soprattutto a me, non so perchè, non ero certo il bambino più macho; ma si capiva che i miei genitori erano distratti ed esauriti dal loro lavoro, e quindi non badavano molto a come venissi trattato: quando lamentavo un’ingiustizia facevano spallucce. E allora, cui non risere parentes non si poteva pretendere che arridessero le vergini pinguine. Una volta, mentre al pomeriggio c’era nel teatro della scuola uno spettacolo solo per bambine, mi chiusero per ore nella portineria. C’era una grande vetrata e molti dispositivi di legno e lampadine colorate, e un centralino del telefono con i cavi da infilare nei buchi; ma io non potevo toccare nulla. Dovevo star seduto e basta.

Le buone suore mi chiamavano delinquente, scandendo le sillabe e solfeggiando col dito. Ancora adesso non so perché; ricordo che qualche volta ero assorto ad assaporare una momentanea assenza di dolore e arrivava il bullo della classe (finì più tardi in carcere , ma lì a scuola non fu mai chiamato delinquente) e mi spiaccicava contro il muro con uno spintone; giungeva la suora, mi guardava e mi apostrofava: de-lin-quen-te!

Una volta, nell’ampio salone al piano terreno, un mio compagno trotterellava giulivo per tutta la sua lunghezza, immerso nella luce del meriggio che penetrava per le finestre. Avevo visto che il suo lungo trotto l’avrebbe portato a passarmi a lato e, quando successe, allungai un piede e lo feci cadere. Rovinò sul duro pavimento, rimbombando per tutto il salone e piangendo poi disperatamente per una mezz’ora. Io mi giustificai: “Stavo facendo un passo”, e così quella volta non mi chiamarono delinquente. Il delinquente, capii, era quello che stramazzava e sanguinava e piangeva.

La suora direttrice era alta e magra, con un profilo aquilino che la faceva assomigliare a Dante Alighieri o, se non fosse per l’estrema pallidezza del volto, all’indiano di legno dei negozi americani di sigari. C’erano tre principali tipi di suore: le suore aquiline, né buone né cattive; le suore manovale bresciano, tipo Richetto del Mago Zurlì, cattivissime e manesche; le suore nane, generalente buone, ma sottoposte gerarchicamente alle altre e per lo più addetti a servizi infimi.

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3 commenti
  1. ho fatto la primina dalle suore. mio fratello era all’asilo, al piano di sotto. una volta mi chiamarono in classe per calmarlo perchè aveva fatto non so che birichinata e gli avevano messo “la mano nera del diavolo” (un guanto nero senza dita) e lui strillava come un’aquila. mi parve, allora, tutto assurdo e inconcepibile, la mano nera, il comportamento delle suore, mio fratello che piangeva disperato.

  2. i tuoi venticinque Lapponi stanno aspettando il prosieguo
    😉

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