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Le buone scuole. 1. L’asilo .1

gennaio 25, 2012

Mi ricordo che il primo giorno d’asilo ci schierarono, noi nuovi, nel corridoio. Una maestra ci spiegava le maschere di carnevale: Arlecchino, Brighella, Colombina, e così via. Io non conoscevo ancora nessuno, e così, per rompere il ghiaccio, quando la maestra nominò Pantalone, io diedi di gomito al mio vicino, uno spilungone con lo sguardo erbivoro, e dissi ammiccando: “Eh sì, Pantalone e Mutanda”. Quello si rianimò improvvisamente, sbarrò gli occhi puntandomi il dito ed esclamò: “Maestra, ha detto Mutanda“. Poi non mi ricordo bene, ma credo che fui messo in castigo.

La direttrice era alta più o meno come me, che ero piccolo anche come bambino: mi ricordo che riusciva a minacciarmi senza chinarsi. Vecchissima, o così mi sembrava, assomigliava al Mahatma Gandhi, cioè, secondo il mio punto di vista di allora, era una specie di scheletrino invasato e saccente e spaventoso, solo che aveva i capelli come Einstein. Naturalmente mi guardavo bene di confidare questa mia impressione ai miei compagni di classe, i quali mi avrebbero immediatamente denunciato pur non sapendo chi erano Gandhi ed Einstein. Ero l’unico della mia classe che guardava i telegiornali.

A proposito di telegiornali, la maestra una volta ci fece una domanda: “Chi è quel signore che va alla guerra con il fucile e spara al nemico?” Tutti risposero “Il soldato”. Io volli essere più preciso e risposi: “Il Viet Cong”. Non ricordo se fui messo in castigo. Durante gli anni ho incontrato diverse maestre d’asilo, e non erano tipi da sapere l’attualità.

La direttrice fu la prima e forse una delle ultime persone, a parte il medico della patente, a cui mentii. Ci aveva fatto cantare in coro una canzone di natale, poi ad uno ad uno ci domandava: “Hai cantato?”, e a chi diceva di sì dava una caramella di quelle digestive di zucchero pressato. Quando venne il mio turno, io, che avevo fatto solo le viste di cantare movendo la bocca, dissi di sì, con una riserva mentale che se dovessi esprimere con il linguaggio di oggi dichiarerei così : “Sì, in playback”. La caramella era al limone, il gusto asprigno della menzogna andata a buon fine.

A proposito di linguaggio. Devo aggiungere che a quei tempi, per quelle idee strane che si formano nell’infanzia – assai potenti e tenaci fino a che non trovano casualmente una smentita – ero convinto che la parola corpo indicasse il gomito. Le maestre all’epoca non vedevano l’ora di parlare di religione, e ci spiegavano che dopo la morte solo il corpo andava nella tomba, e il resto andava in cielo. Io ci rimasi male e continuai a chiedere chiarimenti: ma come, e che ci facevo io in cielo senza corpo? Perché credevo che il corpo fosse il gomito, e mi pareva un’inaudita stranezza farne a meno dopo la morte. Perchè si erano fissati con il corpo invece, poniamo, che col ginocchio? e poi quale corpo, il sinistro o il destro? e la mano dove andava a finire? A tali domande le maestre non sapevano rispondere.

Poi un giorno mentre si faceva un gioco in cui le maestre comandavano e noi bambini mimavamo l’esecuzione degli ordini, quando all’ordine Lavatevi il corpo io mi accorsi che ero l’unico che si strofinava alacremente il gomito, mi decisi di chiedere a mia madre e finalmente allora, dopo un’accesa discussione, seppi.  Ma ancora oggi ricordo che per molto tempo mi ero immaginato con terrore il mio funerale, in cui interravano la bara con dentro il mio gomito desolato, mentre il resto era lontano chissà dove.

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3 commenti
  1. Molto bastonliegiano, divertente-ironico disseminato di chicche notevoli (sguardo erbivoro, la direttrice, il gusto asprigno per dirne solo alcune).
    Certo che, con una maestra e una direttrice così, non sorprenderebbe se i bimbi mandati in castigo andassero poi a fumare.

    ruzino

  2. I sigari, come nei cartoni animati. Grazie per l’apprezzamento, ma devo migliorare
    LBL

  3. A mio modesto avviso, sei uno dei migliori autori viventi.
    Ciao!
    Ruz.

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