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Sogni di pensione lontana

gennaio 1, 2012

Non raggiungerò mai la pensione, ora mi è chiaro. Mai mi troverò con i coetanei ad ammirare i cantieri cittadini. Creperò sulla cattedra, misero sacco d’ossa balbettante e sbertucciato, ora guatando con occhi acquosi la truppa ribelle, sprecando ancora qualche litro di alito putente, ora compulsando autistico le gazzette del giorno. E siccome è stabilito che tutta la vita mia coincida con la scuola, mi pare opera di una certa utilità farne un riassunto ad uso del pubblico, poiché penso che qualsiasi rivelazione o presa di coscienza, sia essa progressiva o improvvisa, deve essere portata alla conoscenza del prossimo, la cui utilità possa poi egli giudicare con equanime giudizio; e di modo che possa seguire i nodi principali di una vicenda già fin d’ora chiara e quasi conclusa, affinché, con l’esempio della mia avventura, sappia quali passi evitare o fuggire, e comprenda quali vie di fuga il vostro eroe non abbia saputo vedere o trovò chiuse da doppio strato di mattoni intonacato.

Comincerò quindi col narrare la mia carriera di studente, iniziando da quella parte del libro della memoria innanzi alla quale non si leggerebbe che poco incomprensibile infantil balbettio. Da quel libro ho tratto questo che segue, in modo fedele, spero, almeno riguardo alla sostanza dei fatti, se non alla verità delle parole. Il cui titolo ho deciso che sia Le buone scuole

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