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Una piccola storia di Pasqua

Una celebre pasticceria della mia città nel periodo pasquale faceva, e fa tuttora, delle paste sfoglia a forma di agnello, molto buone. Una leggera glassatura all’esterno le rendeva dorate, tipo colore dell’arrosto; la mamma quand’era stagione me ne dava sempre una per fare merenda a scuola. E dunque durante l’intervallo io sto mangiando la mia merenda quando la blatta maestra mi fa: Cosa stai mangiando? E io rispondo: l’agnello. E lei tutta schifata dice, l’agnello! Questo qui mangia l’agnello a merenda! Ma guarda se si può! Mangia l’agnello, mangia l’agnello! Io non le dico Ma no, Signora Blatta, è una pastarella a forma di agnello; perché dopo una certa età è giusto che le persone ignoranti restino tali e continuino a fare le loro figure di merda fino ad un auspicabile tracollo mentale. Mi sbagliavo, perché stava arrivando il Sessantotto con la fantasia al potere e più figure di merda fai e meglio è, e la  gente da quel momento in poi non ha più tollerato le spiegazioni. Ma ogni tanto mi piace pensare alla vecchia blatta nell’ospizio che racconta come un vecchio reduce dell’Africa Orientale Italiana: e quel maledetto alle dieci di mattina si mangiava l’arrosto di agnello, si mangiava.

E diffidate delle volgari imitazioni

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Lu Paradiso (viene da lupara)

Il paradiso era un insieme di nuvole frequentate da vecchioni con la barba bianca e le dita dei piedi di fuori, resi strabici dall’estasi; una eterna messa in un reparto di oculistica in cui fosse scoppiata una caldaia e tutti avessero perso le ciabatte non aveva molte attrattive per me; del resto, anche il paradiso dei Testimoni di Geova, ossia il Grande Prato Verde Dell’Amore pieno di parenti come ad una cresima e con un sacco di tigri che si leccano gli agnelli avrebbe potuto stufare dopo un po’, diciamo dieci, centomila, un miliardo di anni; la fregatura di queste cose è l’eternità. Eppure le raffigurazioni del paradiso son così nei quadri e negli opuscoli. Non che il paradiso ginecologico dei musulmani sia meglio: dover sverginare settanta fanciulle al giorno che poi ritornano vergini per l’eternità assomiglia dopo un po’ alla fatica di Sisifo. Quanto alla reincarnazione nei più diversi esseri viventi in attesa di non essere più nulla di cosciente, Dio ne scampi e calamari.E la cosa peggiore è l’Eterno Ritorno del matto di Torino. Del resto non penso che la morte e basta sia meglio, e in più anche quella è eterna. Insomma, pare che non ci sia via d’uscita. Ma magari se c’è Dio, avrà pensato a qualcosa di più divertente. speriamo.

Si ritorna alle suore

La suora senza un braccio diceva che Caino aveva ucciso Abele con un bastone che conteneva una lama, insomma con un bastone animato. Secondo l’esperienza della religiosa, infatti, non era possibile uccidere un uomo solo a bastonate. Aveva convinto anche i miei compagni, ma non io; non che avessi mai ricevuto mai un colpo di bastone, ma, dai miei nonni in campagna, spesso avevo raccolto dei rami nodosi coi quali avevo danneggiato diversi oggetti della resistenza più o meno di un cranio, e sapevo quel che dicevo; ma, al solito, nessuno mi credeva. Pazienza. L’esegesi biblica potrebbe trarre profitto dall’archeologia sperimentale, talvolta: io questo già lo sapevo nel 1968, e se l’avessi detto alla BBC avrei iniziato una interessante e lucrosa carriera. Certe idee vengono troppo presto. A me, ora che ci penso, le migliori idee sono venute negli anni sessanta. Peccato che non sapessi suonare la chitarra. La cosa tristissima è che mi sembra di aver sempre saputo tutto, fin dall’inizio, almeno per le cose che potevo capire; ora, che di cose ne capisco, nessuno mi sta a sentire. Ora diventa ricco solo chi non capisce un cazzo. Mi vien da ricoprirmi il capo di segatura..

Si cominci dall’ultima scuola [si ponga subito dopo Sogni di pensione lontana]

La mia anziana gatta malata di tumore si è rifugiata nell’armadio a tendina dell’Ikea dove tengo le mie vecchie uniformi.  Dorme uno dei suoi inconsapevoli ultimi sonni, col muso verso il fondo, raggomitolata sui pantaloni da roccia di cordellino, all’epoca conquista ambita dopo quelli di lana grossa da allievo, e sulla scbt verde oliva, ancora con la stelletta di gomma gialla sulle spalline, il cordino verde che al battaglione indicava il comando di un reparto purchessia, e nella tasca davanti il ruolino con i nomi dei miei ultimi alpini, per la maggior parte ormai  meri nomi senza faccia. Ma i nomi senza faccia del ruolino, le facce senza nomi delle fotografie che tengo nel cassetto sono facili a rievocare, e si presentano alla memoria con una vivezza maggiore che non le fisionomie certe e famigliari delle conoscenze attuali: tutte, tranne forse quelle di qualche donna che ho amato, e che ora mi pare che per una serie di motivi non avrei dovuto,  prive del fascino triste e tremendo delle cose irrimediabilmente passate.

E  mi ricordo allora la caserma degli sciatori della scuola militare alpina, in un inverno lontano. Si faceva la guardia di notte, a turni di mezz’ora (di più non permetteva il freddo), dondolando nel cammino con gli scarponi infilati in coturni di legno chiodato, nell’alto gelo che sembrava sbriciolare denti e mascelle, in un camminamento scavato nella neve coi picconi dalle corvee di giorno attorno all’edificio. Sul fondo il calpestio delle ronde ed il freddo fulmineo avevano formato delle lingue ondulate di ghiaccio, lisce lucide e scure come catarro.

Ricordo la compagnia di allievi, le innumerevoli guardie della notte prima impettite nel sonno frammentato e clandestino dietro agli occhi aperti (il cervello dormiva, irrigidendo braccia e gambe in posizione seduta, la schiena eretta e gli occhi sbarrati)  riunita ad ascoltare un anziano medico alpinista in una sala rettangolare rischiarata dal bagliore della neve che irrompeva dalle finestre. Riferiva di persone salvate dopo ore sotto la slavina, trasportate in ospedale e là manipolate, con tragica rustica buona fede, per far riprendere la circolazione del sangue: e così il freddo delle membra raggiungeva il cuore, che si fermava. E con aria di pietosa urgenza ripeteva, gesticolando una scongiurante sollecitudine ed alzando la voce di quasi un’ottava, come spesso fa chi ripete le parole altrui, la frase di un suo maestro francese, non saprei dire se fosse chirurgo o alpinista: Il ne faut pas frapper les membres, il ne faut pas frapper les membres, bisogna lasciare che il corpo riprenda naturalmente la sua temperatura, bisogna lasciare che il sangue scorra dove può ancora scorrere ed amputare quello che ormai è perduto; se la tua mano è congelata, tagliala e gettala via; non lasciare che il freddo raggiunga il tuo cuore, ma conservati, grumo di tiepido sangue, ad onta di tutto; perché l’importante è continuare a sentire il sole sulla pelle, e tirare l’aria nei polmoni. Ma se proprio devi morire e non c’è scampo, allora sii uomo e muori all’impiedi, affrontando con gli occhi aperti  il gelido bagliore della morte.

E allora prego: madonnina mia, se qualche barlume di coscienza mi serberà l’ora dell’ultima agonia (e, beninteso, fa che non sia solo), non mi si tolga il ricordo dela sala piena di sonno assediata dalla neve abbagliante. Avrò bisogno, nelle ultime ore oscure, malate, del viatico di questo mortale chiarore accecante, che fa male agli occhi ma scalda il cuore con la neve dei miei giorni giovani. E solo da giovani, in piedi guardando in faccia ai nostri figli, o voltandosi al muro, soli senza un lamento, solo così si muore bene come ci hanno insegnato, che sia conforto e non sgomento ai nostri.

Quanto a te, lettore, non chiedere troppe spiegazioni, ma lascia che piano piano il sentore di queste pagine t’invada come il calduccio di un grog ristoratore; non cercare di saperne subito di più. Siamo stati a lungo sotto il ghiaccio, nel gelo di tanti inverni; infine abbiamo appena reso la nostra guardia, ed ora il ne faut pas frapper les membres.

Carnevale

A carnevale io mi vestivo da Zorro, come d’altronde anche adesso, ma adesso lo faccio quasi tutti i giorni. Vendevano i denti finti di Dracula, che era una cosa discreta, da mostrare ogni tanto in un’atmosfera di amicizia, e vendevano delle clave di plastica  vuote con un fischietto in fondo, che era una cosa un po’ più antipatica. Assomigliavano all’asso di bastoni delle carte napoletane, ma erano di vari colori, rosse, gialle, verdi e blu.  Ora che ci penso, vendevano anche gli occhiali e il nasone coi baffi di Groucho Marx, che scoprii troppo tardi che era la vera figata , dopo che ebbi visto Prendi i soldi e scappa, molti anni dopo. I veri pervertiti creativi compravano le merde di cane di gomma e le distribuivano qua e là. Le suore organizzavano feste di carnevale, piene di coriandoli e stelle filanti, ma senza armi: tolleravano, per coerenza costumistica, la spada di Zorro o del Pirata, a patto che non fossero sguainate od agitate festosamente, ma vietavano nel modo più assoluto le clave di plastica, e secondo me non a torto. Esse erano a quell’epoca l’arma dell’avanguardia operaia infantile dell’epoca, il fischietto dell’operaio che rompe i timpani ai padroni quella vuota, l’Hazet 36 fascista dove sei quella riempita di sabbia, che provocava dolore ed umiliazione; bandita ovviamente da scuola, era l’arma in dotazione di squadracce di bambini più grandi di noi che marciavano inquadrati lungo i viali della città, in gruppi di quindici o venti o forse più, attaccando altri bambini che trovavano isolati o in gruppi più piccoli, ed infastidendo le bambine, con una certa predilezione per le più precoci / procaci. A pensarci a distanza di tempo, mi chiedo che carriera abbiano potuto avere i piccoli bastonatori sabbiosi. Secondo me una certa selezione l’ha fatta la polizia e la natura: dovevano ancora venire gli anni dell’esproprio proletario e dell’eroina, gli anni di piombo e di ferro e di merda. Molti ci avranno lasciaro la pelle, molti sono pensionati che gridano dietro ai bambini che disturbano, ma ci saranno anche presidi, viceministri, primari, presidenti di un certo numero di cose a casaccio che ora ti rompono i coglioni in modo più ligio alle leggi, ma che, una volta che questa vernice vecchia si scrosti un po’, vedi apparire l’antica, infantile, becera, violenta volgarità. L’infanzia è una scuola dura, ma chi ne esce bene per culo o prontezza di riflessi trova sempre un buco di riguardo in cui incastonarsi, per essere rimirato dagli altri coglioni.

Segatura

Dalle segherie delle campagne intorno veniva la regina della scuola, la segatura. Ialina ed aromatica di pioppo appena versata, si imbruniva come mela grattuggiata quando, versata sul pavimento dell’atrio nei giorni di pioggia, veniva calpestata dalle scarpe di gomma dei bambini e dei loro genitori, o vi ci scrollava sopra l’ombrello gravido di umore cittadino. Veniva usata anche quando un bambino evacuava sostanze corporee a sproposito, e mi pare di ricordare che in quel caso il reperto impanato veniva rimosso con una scopa ed un affare a forma di badile, ma con il manico perpendicolare al suolo. Il che non avveniva immediatamente però, o per permettere al composto di raggrumarsi bene e così essere trasportato più facilmente, o come monito per gli altri, come si faceva una volta con gli assassini crocifissi sulla via Appia: che vi serva di lezione, tenetevi dentro queste porcherie.

Ho cercato nel llanto por Ignacio Sanchez de Mejìas se per caso avessi trovato nell’infermeria della Plaza de Toros menzione della segatura, ma niente: solo la sporta di calce, la mosca che depone l’uovo nella ferita, i batuffoli di cotone mossi da un colpo di vento. E un corno desolato. Per la mia desolazione di allora e di oggi ci voleva e ci vorrebbe ancora tanta, tanta segatura.